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Eppur bisogna andar: la risposta sociale di Bergamo ai tempi della pandemia

I colori dell’autunno esplodono con tutta la loro forza lungo la strada statale che conduce all’ingresso della città: alberi che sembrano dorati, illuminati dai raggi di sole che scaldano questa giornata di fine ottobre. Da un ponteggio sventola uno striscione: Bergamo #mola mia, Bergamo non mollare.
Bergamo, la città del “testa bassa e lavorare”, della polenta alla domenica, della gente di poche parole e di tanti fatti, è stata costretta a fermarsi. Il Covid si è insediato in maniera prepotente, modificando abitudini di vita, sovvertendo ordini, seminando terrore e mietendo tante, troppe vittime.
E se da una parte il colpo incassato è stato duro e doloroso, i bergamaschi non hanno tardato a mettersi i guantoni e tornare a combattere.
“Quando una casa crolla, i primi ad intervenire sono i vicini. Poi arrivano i tecnici, gli esperti, ma i vicini hanno già cominciato a scavare a mani nude”. Esordisce così Pietro Bailo, socio del circolo Arci Maitè e portavoce del Progetto Super (Supporto Unitario Popolare e Resiliente): “Abbiamo chiuso il Maitè prima del lockdown perché abbiamo percepito la gravità della situazione che si andava delineando – racconta   – ma l’emergenza era oltre che sanitaria  sociale e non potevamo rimanere fermi.
Nasce da una chat di gruppo l’idea di una rete di sostegno dal basso, che prende forma attraverso un passaparola fra canali social e volantini appesi per la città: rapidamente si crea un sistema semplice e funzionale.
I destinatari sono ultrasettantenni o persone con patologie gravi, oltre che soggetti in quarantena: chi ha bisogno di ricevere beni di prima necessità chiama il centralino del Maitè, il volontario smista e trasmette al gruppo la richiesta che viene evasa, solitamente, entro mezza giornata.
“I soldi per la spesa erano anticipati dai volontari che venivano rimborsati in un secondo momento. Il rimborso però, con il passare del tempo, non sempre era possibile perché alcuni utenti si trovavano in difficoltà economica – prosegue Bailo – quindi si è proceduto con un sistema di donazioni dei cittadini. Sono stati raccolti 80.000 Euro, con i quali abbiamo fatto fronte alle diverse esigenze degli utenti. Siamo riusciti a creare anche dei kit solidali (spesa, generi di prima necessità) destinati ad una fascia di popolazione giovane che a causa della pandemia ha perso il lavoro e non riesce a sostenersi economicamente”.
Ma il desiderio di essere presenti, vicini e solidali alla propria città non era circoscritto alla consegna della spesa: “Non siamo l’Esselunga – scherza – ora serve lavorare sul bisogno di relazione e sulla socialità che sta venendo meno”.
E così sono nati altri tre progetti: centri ricreativi estivi a prezzi fortemente ridotti, buoni da utilizzare per testi scolastici e l’istituzione dei Gap, gruppi artistici popolari: “in questo modo si sostiene economicamente un settore martoriato come quello dell’arte e si regalano momenti di leggerezza: in strada, nelle comunità o nelle residenze per anziani”.
Attraverso queste parole emerge con forza il significato del loro acronimo: resiliente. Capaci di stare nell’emergenza e, da questa, estrarre qualcosa di positivo.

Lasciando la sede del Maitè in vicolo S. Agata e scendendo lungo le mura si incontra chi fa jogging, chi legge su una panchina e chi ha portato la morosa a vedere il panorama: quando il cielo è limpido si scorge persino Milano con la sua Madonnina.

Chissà se anche Alan e Nafi, proprietari del ristorante “One Love” a Colognola, si sono innamorati così.
Lunghi dreadlock, la passione per Bob Marley, la voce calma e la testa che pare un vulcano in eruzione: lo chef Alan Foglieni, classe 1981, durante il lockdown ha fatto in modo che un buon piatto non fosse solo per i benestanti. Da metà marzo fino a Pasqua, Alan e Nafi si sono messi a disposizione della comunità.  “Avevamo scorte di cibo, una cucina e voglia di essere utili: abbiamo cucinato i nostri piatti per le persone che ne avevano bisogno: siamo arrivati a preparare 100 pasti al giorno”.
Cucina gourmet per tutti quindi, ma anche la “spesa sospesa”: un banchetto con prodotti alimentari di vario genere, dove “se puoi metti, se non puoi prendi!”, come recita il cartello.

Per raggiungere la stazione di Bergamo dal quartiere periferico di Colognola occorrono una decina di minuti in auto: si percorre per un tratto la stessa strada che porta in Val Seriana, territorio al centro di grandi attenzioni per la grave diffusione del virus. Chissà se fra gli “invisibili delle autolinee” la preoccupazione per il Covid ha spodestato quella di non riuscire a procacciarsi un piatto caldo e un posto dove dormire.

Il camper bianco di Esodo, servizio di educativa di strada per persone emarginate senza fissa dimora, ha continuato ad essere presente alla stazione delle autolinee, anche nel pieno della pandemia. Gli operatori hanno distribuito mascherine e fatto opera di sensibilizzazione sul virus, servendosi anche di personale medico. “Non è stato semplice spiegare la necessità di seguire delle nuove regole e l’importanza dell’uso dei dispositivi di protezione – racconta Fabio Defendi, responsabile del servizio, che fa capo al Patronato San Vincenzo – abbiamo fatto anche il servizio take – away per la mensa” ironizza.  Spiega infatti come la mensa “Pasto caldo” si è adattata alle normative anti-Covid: non è più permesso consumare all’interno, gli utenti si mettono in fila, viene dato loro un sacchetto con il pasto e il necessario per l’igiene personale. “Nella coda per il ritiro del cibo non sempre si riescono a mantenere le distanze, a volte la mascherina c’è e altre volte no…è molto importante lavorare su questo aspetto”.
Ma chi si rivolge al servizio? “L’utenza è aumentata in questo periodo: ai soliti noti si sono aggiunti anche coloro che una casa ce l’hanno, ma hanno perso il lavoro e non sanno come mangiare, oltre che a stranieri in regola che hanno il medesimo problema”.
Defendi fa riferimento anche alle difficoltà burocratiche, che si sommano alla già complessa situazione sanitaria: “Ottenere un documento, avere accesso in comunità, trovare un lavoro che permetta di costruirsi un futuro diverso dalla strada sono azioni che ora richiedono il triplo del tempo e in alcuni casi non sono nemmeno possibili. Ma resistiamo”.

Sono le quattro di un sabato pomeriggio uggioso, dall’altoparlante della stazione risuona “Californication” e un uomo dorme rannicchiato sul suo cartone accanto a una pila di coperte colorate. Sul muro il disegno di una ragazza sorridente, una mappa stilizzata della città e la scritta Bergamo just amazing, Bergamo semplicemente meravigliosa: chissà se sarà davvero così.